Il web in questa calda estate 2012 si nutre di due cose: il ruolo dell’influencer (di cui ho parlato qua) e il problema dei finti followers su Twitter (di Beppe Grillo, delle aziende, di tutti). E’ a proposito della seconda questione che voglio proporvi uno spunto di riflessione.
Il punto di arrivo di questo banale ragionamento è: NON IMPORTA QUANTI FOLLOWERS HAI.
Non voglio dire che il numero in sè non conta nulla, ma sicuramente non è un metro di giudizio assoluto per considerare l’influenza/la bontà/l’importanza di un account Twitter. Come molti (alcuni?) di voi sapranno io oltre al mio account @davidelico gestisco da un paio d’anni il profilo @twitstupidario, un account “satirico” dal quale mi diverto a proporre frasi più o meno divertenti di commento all’attualità. Il mio account personale ha 6.800 followers, Twitstupidario 21.700: il rapporto è quindi di 3 a 1.

Twistupidario (c’è anche il blog, leggetelo) è gestito in maniera impersonale, risponde solo ogni tanto alle mentions, non fa quasi mai RT di nulla: i motivi sono vari, primo tra tutti la mancanza di tempo, tuttavia è una vera e proprio macchina da followers e riceve decine di RT ad ogni tweet.
Il mio account personale è l’esatto contrario: la maggior parte delle mie twittate sono interazioni con altre persone, c’è un vero e proprio rapporto di amicizia con molti, ricevo molti #ff e così via…per dirla in linguaggio marketing, l’engagement è piuttosto alto. Se ricevo proposte di collaborazione, richieste di interviste, inviti a eventi, tutto avviene tramite @davidelico.
Twitstupidario, per quanto abbia un bacino di utenza triplo, raccoglie molti “newbie”, molti BOT (che come dice anche il buon Woork, arrivano da soli, anche senza comprarli), ha “legami deboli” con i suoi followers. Ciò non vuol dire che quasi 22mila followers non diano soddisfazioni, ma le danno in determinate situazioni: ad esempio, il commento di eventi/programmi televisivi/sportivi.
Insomma, la faccio breve: ho 2 account Twitter, e quello con più followers non è necessariamente quello più noto e apprezzato.
Tirando le somme, questo facile esempio più o meno calzante ci servirà a capire che:
- non è il numero di followers che determina il successo di un profilo Twitter
- meglio avere meno followers ma molto fedeli, partecipanti e attivi nei tuoi confronti
- un account tematico e impersonale è rischioso
- I BOT, gli utenti quasi inattivi e quelli senza foto profilo ti seguono comunque: non è detto che siano comprati.
- Twitter è fatto di persone che conversano tra loro: questo è il punto intorno al quale tutto ruota. Avere tanti followers con i quali si interagisce poco (come fanno moltissimi account di Vip nostrani, ad esempio) serve a poco.
Cosa ne pensate?
Tag:case history social media, comprare followers, twitter marketing
Categories : Primo Piano, Top, Twitter



William lug-23, 2012
Sono molto d’accordo! Io stesso cerco di aggiungere following che so posso effettivamente seguire quasi quotidianamente perché parlano di argomenti che mi interessano con un tono che mi piace o mi fanno conoscere novità sul settore in cui opero. Per esempio nel tuo caso ho iniziato a seguirti perché trovai un tuo articolo che mi ha fatto conoscere pinterest, Il giorno dopo ero iscritto a questo nuovo social. Più influencer di così!
Marta lug-23, 2012
Come disse la prostituta al marinaio timido: Non importa quanto ne hai, ma come lo usi.
È una frase che ho letto nell’autobiografia di Stephen King, che usò questo paragone a proposito del “talento”. Il succo era: non importa avere tanto o poco talento, importa piuttosto come lo si coltiva, lo si esercita e lo si trasforma in opera.
Sui social media è un po’ la stessa cosa: se chiunque ha acquistato centinaia o migliaia di follower avesse speso la stessa cifra per mettere un social media manager in gamba nel proprio staff, o ancora meglio seguire un percorso di formazione su come comunicare attraverso i social, sarebbe stato un investimento molto più azzeccato.
[Ragionamento da genovese che va subito al portafoglio, se non si fosse notato
]
davide licordari lug-23, 2012
@William: grazie, mi fa piacere!
@Marta: non posso che essere d’accordo con te, ovviamente!
Laura lug-23, 2012
Che sono molto d’accordo con questo punto:
- Twitter è fatto di persone che conversano tra loro: questo è il punto intorno al quale tutto ruota. Avere tanti followers con i quali si interagisce poco (come fanno moltissimi account di Vip nostrani, ad esempio) serve a poco.
Perchè si chiamo “social network” e questo presuppone che alla base ci siano rapporti tra persone e non tra numeri.
Mykoize lug-23, 2012
Il fatto che la gente, ma in particolare le aziende, guardino alla quantità piuttosto alla qualità vuol dire che questo web 2.0 non è partito per niente.
Mi viene in mente un post su Amo il web non ricambiato di un po’ di tempo fa…
“Solo chi ha tanti fan su Facebook è cool vero?”
E’ un cancro questa quantità, questa necessità di avercelo – pardon – più grosso.
E’ così che nasce la compravendita di link, di fan, di followers, di scambi tra blog e poi ci si ritrova tutti quanti a navigare in un web fatto di nulla…
E’ un ripetere in continuazione lo stesso processo che rovina tutti media, i giornali, la televisione, la radio e via dicendo…
( e poi, non vi ricorda una certa politica? tipo quella italiana in toto? )
Se si fosse davvero imparato dai discorsi che si sono fatti negli ultimi anni, le aziende si preoccuperebbero quando non riescono a risolvere un problema di un cliente, non se hanno o meno più followers della concorrenza.
cristianocarriero lug-23, 2012
Sono d’accordissimo sull’ultimo punto:
“Twitter è fatto di persone che conversano tra loro: questo è il punto intorno al quale tutto ruota. Avere tanti followers con i quali si interagisce poco (come fanno moltissimi account di Vip nostrani, ad esempio) serve a poco.”
C’è un però.
Avere tanti follower (anche se comprati) aiuta da averne altri, e su questo c’è poco da discutere.
Il principio è lo stesso di un locale. Se è pieno di gente (anche se magari quelle persone sono state pagate per stare lì dentro) viene voglia di entrare. Se il locale è vuoto ci pensi due volte, anche se la musica è bellissima e si mangia benissimo. Poi, è chiaro, ci sono le eccezioni. In linea di massima è più facile seguire gente che ha già un seguito e questo genera il meccanismo per il quale si tende a voler aumentare il numero dei propri follower. Va da se che le regole dell’interazione e in generale del web 2.0 sono altre. Ma anche le aziende tendono a valutare il lavoro sui social in base al numero di fan raggiunti. Questo è sicuramente un errore, ma finchè ci sarà questo tipo di cultura sarà dura fa cambiare idea alle persone.
davide licordari lug-23, 2012
Mykoize e Cristiano, vero, sono d’accordo con entrambi. E’ ovvio ch eun’azienda che magari è famosissima nel reale quando si trova con 3-5mila followers su Twitter ci fa ua figuraccia…il problema vero secondo me è che magari quei 5 mila sono davvero affezionati, partecipano, passano parola e tutto ma…SONO POCHI agli occhi della massa. I ragionamento distorto sta qui, a mio avviso..
Roby_BB lug-23, 2012
Ti faccio un solo esempio: Valfrutta. Azienda conosciutissima, su Twitter conta “appena” 650 followers! Ma riesce anche a mantenere un tono partecipativo, coinvolgendo, retwittando ricette, comunicando insomma. Per me questo è il modo migliore di lavorare. Io non seguo aziende né vip che fanno soltanto promozione di se stessi proprio per questo motivo… E quindi ben venga una quantità minore di followers se legata ad un desiderio di poter stringere un rapporto personale con tutti!
fedecaster lug-23, 2012
eehh, vallo a spiegare agli AD delle aziende
Giuseppe D'Elia lug-23, 2012
Hai decisamente ragione, ci sono account sospetti al seguito di tanti, ma se mettiamo in discussione tutto spegniamo i social network e salutiamo!
Twitter è fatto di persone, è vero, e queste per la maggiore interagiscono, se così non fosse, non sarebbe un “social”. Ma tutti coloro che hanno account morti (tra i follower) non hanno “sempre” colpa di ciò. Magari si parlasse più di questo, fa parte del gioco, ma non tutti lo sanno…
Michele Papaleo ago-9, 2012
Pienamente d’accordo con quanto hai scritto. Questo articolo afferma nuovamente che bisogna badare alla qualità dei propri followers e non alla quantità!
Mike
Twitter: i trending topic che ti sei perso « Sliding Scope ago-9, 2012
[...] L’invasione di anglicismi degli ultimi anni ha reso un filo arduo spiegare alla nonna o alla zia di che cosa ti occupi. Questo articolo, oltre a fare chiarezza e tracciare i confini su alcune delle professioni del web, snocciola un concetto di professionalità che nel mercato del lavoro di oggi sta dissolvendosi giorno dopo giorno. E che, per inciso, mi trova completamente d’accordo. Non importa quanti followers hai ma come ti trattano #smm #twitter davidelicordari.com/non-importa-qu… [...]
veru set-7, 2012
Concordo in tutto e per tutto aggiungendo che spesso si bada alla quantità perché non si hanno gli strumenti per proporre qualità ai follower e mi spiego meglio: se io azienda (molto grande) mi approccio a Twitter in maniera talmente referenziale da non portare alcun beneficio a chi mi segue (twitto roba che mi riguarda senza guardare ad altro, retwitto complimenti [che è il male!], etc etc) poi non potrò fare altro che guardare al numero di follower che ho perché non ho interesse a curarmi del loro “benessere”.
Se le aziende si aprissero e cominciassero a considerare Twitter come un mezzo davvero interattivo e dalle infinite possibilità inizierebbero a trattare i follower come persone e si riuscirebbe a spostare l’assa, almeno leggermente, dalla quantità alla qualità ma in tutti e due le direzioni, azienda e utenti/follower.
E’ chiaro il concetto?
Forse no…
Andrea set-26, 2012
avete mai pensato al business generato dalla vendita di followers e like tra azienda organizzatrice di eventi e aziende partecipanti?? Meno male che non tutti ci continuano a considerare solo nell’ottica di generare profitto personale!!