Esiste un mondo in cui Facebook è gratis e performa.

Che Facebook sia diventato un media a pagamento è, ne 2017, cosa (abbastanza) assodata e accettata da tutti i brand che intendono utilizzarlo come canale di comunicazione.

 

Eppure intorno a noi vediamo continuamente esempi di pagine (vogliamo chiamarli “progetti”?) che hanno un successo strabiliante senza investire nemmeno 1€ (o quasi, s’intende) in Facebook Advertising. Com’è possibile? Ci sono delle caratteristiche in comune che possiamo estrapolare? E soprattutto, sono modelli replicabili anche da brand, aziende, PMI e realtà commerciali di vario genere?

Copy of Content Strategy (4)

Penso a realtà come Calciatori Brutti o Chiamarsi Bomber, a Commenti Memorabili, allo scorrettissimo Sesso Droga & Pastorizia o al geniale Fotografie Segnanti (lo so, gli esempi sarebbero migliaia). Per non citare le millemila pagine di ispirazioni per i 50enni su Facebook, tra cagnolini glitterati e paperoghi sbadiglianti.

Provo a generalizzare i motivi del successo di queste (e non solo) pagina Facebook divenute ormai arcinote:

  • LE TEMATICHE – Trattare tematiche nazional-popolari oppure di estrema attualità permette a un maggior numero di persone di identificarsi, inoltre diventa possibile giocare sul fatto che ognuno ha una sua opinione da esprimere. Calcio, cinema, politica, sport in generale, amore, rapporti con i genitori, nostalgia della gioventù: funzionano tutti benissimo.
  • L’IRONIA – Altra leva fondamentale per avere un grosso seguito sui social è l’ironia: divertire, far ridere, stupire sono modi potentissimi per innescare commenti e condivisioni, ovvero il foraggio dei meccanismi di viralità.
  • I MEME – Ovvero la riconoscibilità: tutti li conoscono, tutti li capiscono, tanti sono in grado di crearne di nuovi. I meme sono l’anima della viralità sui social, e sfruttarli per veicolare i propri contenuti spesso è una strategia vincente.
  • LA COLLABORAZIONE – Queste frequentatissime pagine Facebook sono in molti casi supportate da Gruppi FB altrettanto popolosi all’interno del quale gli admin della pagina fanno una sorta di scouting dei contenuti: ci sono tantissimi utenti che inviano idee, spunti e contenuti; riprendere i più apprezzati sulla pagina è il passo successivo. Che vuole dire? Vuol dire avere una community enorme che crea contenuti, cosa complicatissima da fare sul lungo periodo da 1-2 persone. Vi ricordate il forum di Spinoza? Ecco.
  • LA SEMPLICITÀ & LA FANTASIA pagano sempre. Avere idee brillanti ma alla portata di tutti non è per nulla semplice, e farlo (quasi) tutti giorni ancora meno. Eppure dovrebbe essere un comandamento scritto nella pietra per tutti quelli che si occupano di comunicazione, non trovate?

Ecco la domanda da un milione di dollari: è replicabile questa strategia, magari per un brand?

Secondo me, potenzialmente, SÌ. Ma ci sono dei MA.

Se alcuni dei punti individuati possono essere facilmente replicati dai reparti comunicazione delle aziende o dalle agenzie che le seguono, bisogna prima far accettare un concetto fondamentale della comunicazione aziendale sui social: stiamo producendo e pubblicando contenuti su piattaforme INFORMALI, nate per INTRATTENERE, quindi via libera alla leggerezza e all'(auto)ironia. Agire in questo senso su presenze social più o meno istituzionali, tuttavia, è spesso impossibile o quasi (leggi QUI).

Avrebbe senso da parte di un’azienda provare a creare una community “unbranded” del tutto simile a quelle che nascono spontaneamente? Anche in questo caso, (a volte) sì. Con le dovute accortezze, con la pazienza del caso e con la consapevolezza che per i primi tempi (anche anni) il brand deve rimanere un fantasma rispetto ai contenuti. Avere però una community di persone veramente interessate, coinvolte, entusiaste rispetto a una tematica affine al nostro business può essere sicuramente utile. Mi rendo conto che questo discorso è del tutto utopico se proposto nel 95% delle aziende italiane.

Cosa possono fare davvero i brand, quindi? Probabilmente, prendere ispirazione. Capire le dinamiche che funzionano davvero sui social. Considerare che gli utenti sono i medesimi, cambiano solamente gli approcci. Decidere se il tono della comunicazione finora ottenuto sia troppo ingessato, commerciale, formale. Provare a capire cosa succederebbe in caso di “scimmiottamento compulsivo di ciò che funziona suL social“. Cercare di abbassare la naturale diffidenza dei consumatori nei confronti dei contenuti pubblicati dai brand sui social provando a essere meno commerciali e sempre più conversazionali.

 

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